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Ezra Pound

 “Libertà è un dovere”
 
Poeta, saggista, economista, traduttore, agitatore culturale, uomo libero, Ezra Loomis Pound nasce a Hailey, Idaho, il 30 ottobre 1885. Cresciuto nella lettura dei classici, ama sin da giovane l’Europa e una certa America rurale che conserva tracce della linfa vitale del vecchio continente. Si iscrive alla facoltà di “Arts and letters” dell’Università della Pennsylvania. Studia i poeti provenzali, la letteratura inglese, gli autori greci e latini. Poi la letteratura cinese e Confucio.
 
Vaga per l’Europa fino ad approdare in una Londra dove trova la vivacità intellettuale che cerca, grazie a personalità come T.S. Eliot, William Butler Yeats, James Joyce, di cui diventa amico, consigliere e mecenate. Frequenta e fonda movimenti di avanguardia letteraria: è tra i principali promotori dell’imagismo e del vorticismo. Frequenta i dadaisti e Marinetti.
 
Allo scoppio della Grande Guerra sviluppa un’intensa passione civile, cui corrispondono studi storici, economici e politici. Sviluppa la sua teoria sull’usura come fonte delle guerre moderne e dello strangolamento dei popoli. Si avvicina all’Italia di Mussolini, con una simpatia che diverrà infine identificazione totale fin quasi all’estremo sacrificio. Vede nella patria del fascismo “l’unico paese in Europa dove esistesse una resistenza di una certa solidità contro l’usurocrazia internazionale”. Collabora assiduamente con giornali e riviste. Viene ricevuto da Mussolini, che di lui dirà: “Il mio amico Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura”.
 
La seconda guerra mondiale è per lui lo scontro tra “il campo e l’aratro da una parte e dell’ipoteca dall’atra”. Inizia i suoi celebri radiodiscorsi, circa 300 tra il 1941e il 1943. Illustra le sue teorie, predica la pace, chiede agli americani di non lasciarsi abbindolare dalla propaganda di chi ha interesse a muovere guerra all’Italia.
 
Si entusiasma per il Manifesto di Verona della Rsi. Sostiene il fascismo repubblicano in ogni modo, persino con poster di propaganda composti da lui stesso e con i quali adorna i muri di Rapallo.
 
Alla fine della guerra viene prelevato in casa da due partigiani armati di mitra e consegnato alle autorità americane. I suoi compatrioti rinchiudono il più grande poeta vivente in una gabbia di ferro scoperta per tre settimane. Dopodichè ha un collasso. Riportato in patria viene dichiarato pazzo e internato nell’ospedale criminale federale di St. Elizabeths di Washington. Il primo anno lo passa segregato in completo isolamento, in una cella senza finestre, senza contatti con l’esterno. Vi rimane per 13 anni.
 
Nel 1958, una volta tornato in libertà, sbarca a Venezia mostrando un solare saluto romano ai fotografi. Muore nel capoluogo veneto il 1 novembre 1972.
 
Aveva detto: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”.
Ne è stato all’altezza.
 
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